23/11/2018 - Ultima revisione 23/11/2018


Lo zio d’America e la macchina da scrivere: un contributo di Katia Anna Trombetti su 'Di sesso femminile'

Un contributo di Katia Anna Trombetti

FondArC





Un giovane del sud Italia, espatriato in America nei primi anni del secolo scorso, alla ricerca di una vita migliore, sposò, qualche tempo dopo e per procura, la zia di mia madre. Vissero per quarant’anni oltre oceano, costruendo la loro famiglia e la loro vita, poi in vecchiaia vollero tornare. Ci fu un grande fermento tra i numerosi parenti per organizzare il comitato d’accoglienza e fu, devo dire, un periodo felice. Gli zii vennero ospitati a casa dei miei e vissero con noi per più di un mese, per ambientarsi e trovare, successivamente, una loro sistemazione. In realtà Zio Peppino e la moglie di nome Ezia, erano gente semplice. Lei aveva fatto vita da casalinga e dopo tutti quegli anni non conosceva granché della lingua del paese che li aveva accolti, ogni tanto la sentivi dire “yes” oppure “okay”, niente di più. Zio Peppino era un uomo riservato, parlava poco ma si vedeva che era felice quando io e mio fratello gli andavamo vicino. Una volta mangiò persino una castagna, solo perché gliel’avevo offerta, scoprii dopo qualche giorno che a lui le castagne non piacevano. Avevano portato con loro delle grandi valige e nessuno ha mai saputo veramente cosa contenessero se non per alcune cose, di cui una da sola fa poesia. Si erano riportati in Italia qualche decina di rotoli di carta igienica. Senza approfondire vi dico che, molto probabilmente, nella loro mente era rimasta impressa l’immagine del bagno della casa che avevano lasciato al paese dal quale erano partiti forse per sempre. Allora, accanto al water, nella migliore delle ipotesi, c’era un gancio metallico a forma di esse e infilzati ad una punta dell’oggetto c’erano pezzi di carta, strappati a mano, recuperati qua e là da giornali o dalla carta marroncina in cui era stato prima avvolto il guanciale o il formaggio o qualsiasi altro alimento comprato per nutrirsi. Sorvolando sulle parti basse, mio zio mi regalò la prima “felpa” della mia storia, nessuno aveva mai visto un capo d’abbigliamento di quel tessuto, la mia “felpa” nera, benché non fosse di lana la chiamavamo sempre maglioncino, c’era anche un disegno impresso sopra, mi spiace non averla più, odorava dei miei undici anni. I miei zii sono partiti poveri e sono tornati senza beni da esibire ma una eredità sentimentale me l’hanno lasciata. Quando gli zii andarono via dalla casa della mia famiglia, mi vollero donare una macchina da scrivere. Wizard truetype Brother typewriter corporation made in Japan, è quanto rimane sulla targhetta sbiadita dal tempo. Io mica ci potevo credere! L’avevo già vista in giro per casa e zio Peppino mi aveva dato istruzioni su come usarla. Ci mettevamo vicini mentre spingevo i tasti con un solo dito, riempendo i poveri fogli di errori e cancellazioni, ma ero affascinata da un oggetto che aveva portato magia nella mia vita decisamente proletaria. Dev’essere stato questo l’amore che zio Peppino ha visto nei miei occhi, perché prima di andare a stare nella sua nuova casa mi ha chiamata e mi ha regalato la macchina da scrivere. Grazie zio, grazie infinite! È con quel regalo che ho cominciato a buttare giù piccoli racconti segreti poi dispersi o immediatamente accartocciati. È là che le mie storie reali o inventate erano mie, là potevo decidere senza nessuno che mi dicesse ciò che dovevo fare, come mi dovevo comportare, senza nessuno che mi sgridasse. là, nel silenzio rotto solo dal dolce rumore dei tasti che stava camminando verso di me l’idea di libertà. Quella macchina da scrivere, simbolo di ogni possibilità narrativa è oggi uno degli oggetti di scena dello spettacolo teatrale DI SESSO FEMMINILE, al quale stiamo lavorando e sul palco, sarà nelle mani della mia amica eterna, che, a proposito di curiosità, molti anni orsono, ha vinto un concorso ed è stata eletta tra le prime dattilografe d’Italia. Non potevano esserci mani migliori, per pigiare su quei tasti l’armonia di una storia, per tenerci per mano, ancora una volta. P.S. la figlia di quel poetico signore che riparava le macchine da scrivere è oggi la fotografa di scena e il tecnico dello spettacolo DSF.